Le Chiese monumentali da vedere ad Ascoli Piceno: San Pietro Martire

Ad Ascoli Piceno, affacciata da un lato su Piazza Ventidio Basso, la Chiesa di San Pietro Martire è tra le particolarità architettoniche da non perdere

Informazioni utili
  • Autore: Lella Palumbi, esperta di storia dell’arte
  • Fotografo: Pierluigi Giorgi photographer

La Chiesa di San Pietro Martire di Ascoli Piceno è tra le più imponenti della città ed è imperdibile se si vuole vivere una vacanza immersi nella storia della città d’arte picena. Appartenuta al potentissimo ordine domenicano, San Pietro Martire sorge sui resti di una chiesa più piccola, già dedicata a San Domenico, fondata da Fra Pietro da Verona che aveva introdotto questo ordine monastico ad Ascoli nel 1250. La sua costruzione iniziò nel 1280, quasi venti anni dopo la fondazione della Chiesa di San Francesco, ma procedettero molto più rapidamente se nel 1332 si stavano edificando i lati. Ne è testimonianza una pietra in travertino con l’incisione tradotta dal latino: “Anno 1332 nella festa di S.Pietro Martire al tempo del Papa Giovanni XXII”. La nuova struttura si era resa necessaria a causa di un incendio che aveva distrutto intorno al 1255-57 la precedente chiesetta romanica e si preferì non intitolarla come la precedente, a San Domenico, ma allo stesso Pietro da Verona che nel frattempo aveva subito il martirio ed era stato riconosciuto santo (oggi il suo corpo è conservato all’interno della Basilica di Sant’Eustorgio a Milano).

La facciata principale, semplicissima, è rivolta ad ovest. Le si addossa nel XVII sec. un portale con cimasa d’ordine toscano disegnata da Giuseppe Giosafatti. Molto più imponente è il portale laterale (1523) che si affaccia su Piazza Ventidio Basso. Disegnato da Cola Dell’Amatrice, riporta i simboli della passione di Cristo; il campanile risulta dalla trasformazione di una torre gentilizia, la più alta rimasta, di 36 metri; l’interno, a pianta basilicale, è diviso in tre grandi navate da otto pilastri circolari.

Il grande intervento del XVI sec. nasconde l’originale soffitto a capriate con nuove volte a mattoni. Solo nel presbiterio rimangono ben visibili i caratteri gotici con i quali la chiesa era nata: i costoloni e le finestre trilobate. All’altare maggiore fa da sfondo un coro ligneo cinquecentesco, mentre sui lati campeggiano le tombe di due grandi famiglie ascolane, Tibaldeschi e Saladini. Imponente è il Tabernacolo, in legno intagliato e dorato. La sua forma ricorda quella di una chiesa a due ordini, con cupola, nicchie e statue. Commissionato nel 1619 dalla contessa Aurelia Guiderocchi per il tempio ascolano di S. Francesco, nel 1853 viene acquistato e posto nella Cappella del Santissimo Sacramento in Duomo ma dal 1966 è definitivamente collocato qui. Sulle pareti delle absidi e su alcuni pilastri vi sono ancora tracce degli affreschi del XV sec.

Le luminose navate laterali sono scandite da otto splendidi altari barocchi: vi sono opere di Ludovico Trasi, Antonio di Silvio Giosafatti, Giuseppe Angelini, Buonocore di Campli, Tommaso Nardini. Il primo a sinistra dell’abside, in legno dorato è opera dell’intagliatore S. Vincenzo da Napoli. Fa da cornice alla pala “Il miracolo dell’immagine di san Domenico” (1655?) di L. Trasi, che si riferisce a quello accaduto nel 1530 a Soriano Calabro quando S. Caterina d’Alessandria, S. Maria Maddalena e Maria apparvero a Fra Lorenzo consegnandogli una tela con S. Domenico perchè venisse esposta al pubblico.

Ma l’altare più sontuoso è indubbiamente il primo partendo dall’abside, nella navata destra. Realizzato tra il 1720-24 da Giuseppe e Lazzaro Giosafatti è composto da sei colonne corinzie in marmo, divise in due gruppi, quasi un sipario aperto ad incorniciare la pala “Madonna del Rosario” del Trasi. Ai lati, quasi a chiudere l’opera, due statue di marmo bianco di Carrara: “La Purità” di Giuseppe Giosafatti e “L’Umiltà” del figlio Lazzaro.

Sulla sinistra di questo meraviglioso altare si apre l’accesso alla sagrestia: oltre all’arredo ligneo composto da grandi armadi, frutto di abili maestri come Vincenzo da Napoli e Francesco Nardoni, vi è custodito il Reliquiario della Santa Spina in argento dorato a sbalzo, arricchito da smalti e fregi. Racchiude una preziosa reliquia: una delle spine che si credeva fossero appartenute alla corona della passione di Cristo. Il suo primo proprietario fu il re di Francia Filippo il Bello che la donò ai domenicani di Ascoli. In realtà fu un vero e proprio scambio: grazie a Francesco di Sarlis, confessore del re, la Santa Spina arrivò al convento domenicano di Ascoli nel 1290 in cambio di una reliquia di S. Domenico in possesso dei frati, forse un dente del santo. L’avvenimento è raccontato in una pergamena del XVI sec, copia di un’altra più antica, conservata dentro la custodia del reliquiario, un’arca in legno di noce.

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